Fastweb multata per 300 mila euro

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Fastweb multata per 300 mila euro

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La Cassazione condanna Fastweb con una multa di 300 mila euro.

Capita spesso di ricevere a casa telefonate indesiderate da parte di operatori telefonici che propongono le loro offerte promozionali; in realtà, in molti casi, si tratta di un comportamento non sempre lecito.
Sulla vicenda è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 17143/16 depositata il 17.08.2016, nello specifico gli Ermellini hanno rigettato il ricorso dell’operatore telefonico Fastweb S.p.A. contro la sentenza con la quale il Tribunale di Milano l’aveva condannata a pagare 300 mila euro per aver utilizzato, (nonostante fosse a conoscenza dell’origine irregolare dei dati) oltre 14 milioni di nominativi.

Come detto, il caso in questione vede coinvolto uno dei più grandi operatori telefonici “Fastweb“ a cui è stata confermata la maxi sanzione per il telemarketing selvaggio; infatti, secondo la Corte sono illecite le offerte promozionali effettuate utilizzando i nominativi contenuti negli elenchi telefonici pubblici forniti da società di servizi informatici, specializzate nel settore delle banche dati.

Le indagini sono partite, dopo innumerevoli segnalazioni al Garante della Privacy, da un’attività ispettiva eseguita dall’Autorità presso la società e i suoi call center; dal controllo era emerso che i dati utilizzati provenivano da elenchi telefonici formati prima dell’agosto 2005, rispetto ai quali era stato disposto dal Garante (26 giugno 2008) un divieto di trattamento assoluto.

Il Tribunale aveva comminato una multa alla Fastweb poiché la società telefonica non era riuscita, nel corso del giudizio, a fornire la prova di aver inoltrato un’informativa per chiedere il consenso degli interessati.
Inoltre, il Garante, prima di comminare la sanzione, aveva emesso un provvedimento inibitorio nei confronti della società Fastweb; provvedimento che non era stato eseguito dalla Fastweb e vieddippiù l’operatore telefonico aveva proposta ricorso in Cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Milano.

D’altro canto anche su quest’ultimo punto la Cassazione segue la linea del Tribunale; infatti, gli Ermellini ricordano che, in tema di illeciti amministrativi stabiliti dal Codice della Privacy (D. Lgs. N. 196/2003), la fattispecie prevista dall’articolo 164-bis, comma 2, non costituisce un’ipotesi aggravata rispetto a quelle semplici richiamate dalla norma, ma una figura di illecito del tutto autonoma.

I Giudici precisano che in essa si prevede la possibilità «che vengano infrante dal contravventore, anche con più azioni ed in tempi diversi, una pluralità di ipotesi semplici, però unitariamente considerate dalla norma con riferimento a banche dati di particolare rilevanza o dimensioni».
Nel caso di concorso di violazioni di altre disposizioni come nel caso in esame, afferma la Cassazione che esiste “un ipotesi di cumulo materiale di sanzioni amministrative”.

Questo perché, secondo i Magistrati: “nel procedimento di opposizione avverso le sanzioni amministrative pecuniarie irrogate, il giudice ha il potere discrezionale di quantificarne l’entità, entro i limiti sanciti da quest’ultima, allo scopo di commisurarla all’effettiva gravità del fatto concreto, globalmente desunta dai suoi elementi oggettivi e soggettivi, senza che sia tenuto a specificare i criteri seguiti, dovendosi escludere che la sua statuizione sia censurabile in sede di legittimità ove quei limiti siano stati rispettati e dalla motivazione emerga come, nella determinazione, si sia tenuto conto dei parametri previsti dalla L. n. 689 del 1981, art. 11, quali la gravità della violazione, la personalità dell’agente e le sue condizioni economiche”.

Di conseguenza la Cassazione respingeva il ricorso della Fastweb S.p.A. e confermava, legittimamente, la sentenza emessa dal Tribunale di Milano, poiché aveva rispettato i parametri previsti dalla L. 689/81.

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