Gioco d’azzardo un fenomeno in crescita: 10 miliardi il giro di affari delle scommesse illegali

gioco_h_partb«Mamma ho sciupato tutti i soldi al gioco» L’ultimo pensiero di Mario Castaldi prima di gettarsi nel vuoto suicidandosi l’ha scritto su un biglietto.  Morire di ludopatia a 18 anni si può. E’ successo ad Ischia, è successo ad un ragazzo, è successo ad un lavoratore che ha così dilapidato tutti i risparmi ma è ciò che succede quasi quotidianamente in qualsiasi parte d’Italia. 

«Il fenomeno del gioco accomuna tutte le classi sociali: c’è la casalinga che compra i “gratta e vinci”, gli uomini che affollano le sale scommesse, i giovanissimi che puntano su internet. E’ un fenomeno sociale come la droga: ci si accosta con la convinzione di controllarlo e alcuni diventano giocatori patologici» a lanciare l’allarme è Raffaele Felaco presidente dell’Ordine degli Psicologi Campania.

Nessuna differenza tra la dipendenza da gioco e quella da alcol e droghe: «La ludopatia stimola un comportamento compulsivo: come quello della ricerca delle sostanze, il gioco ha gli stessi effetti e crea una sensazione di inevitabilità»

Secondo un dossier dell’associazione Libera sono 41 i clan di camorra, ‘ndrangheta e mafia che lucrano sul business delle scommesse. Circa 100 miliardi è altresì il giro di affari delle scommesse legali, 10 quelle illegali; 800 mila altresì le persone schiave del gioco. Numeri impressionanti che però sembrano impallidire dinanzi alle operazioni condotte in provincia di Caserta dalle forze dell’ordine, l’ultima in ordine di tempo è avvenuta soltanto una manciata di giorni fa.

Oltre 50 arresti e sequestri di beni riconducibili ad affiliati del clan dei casalesi per oltre 450 milioni di euro. A gestire la holding del gioco d’azzardo nel casertano secondo gli investigatori c’era Nicola Schiavone figlio del più noto Francesco detto Sandokan. «Sicuramente si può ipotizzare che tra le cause ci sia il fatto di una forte presenza della criminalità organizzata che garantisce un’offerta maggiore. Sicuramente tra i fattori c’è anche la crisi economica e la disoccupazione. Chi non ha un lavoro è tentato nel provare a guadagnare più soldi facilmente. Soprattutto però il giocatore fa l’errore di pensare di rischiare poco perché il rapporto tra la giocata singola ed il guadagno è straordinario. Lo scommettitore non capisce che la probabilità di vincere una grande somma è infinitesimale. Un errore cognitivo porta a sottovalutare ancora di più l’investimento. Inoltre al sud c’è anche una variabile antropologica che porta la gente ad affidarsi alla buona sorte».

Più raziocinio e meno superstizione, la strada per salvaguardare la salute psicofisica e le tasche dei consumatori passa anche per una migliore campagna di sensibilizzazione.

Raffaele de Chiara

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